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L’avevo sempre vista seduta allo stesso posto. Ciocche di
capelli grigi attorcigliate fittamente a piccoli cerchi con un filo
nero spiccavano sulla testa. Se non fosse stato per il gilet di
piumino blu che indossava sopra un pesante maglione verde e per
la sciarpa colorata, l’avrei immaginata in un luogo solare,
in una strada polverosa. Magari dietro una bancarella improvvisata
in un mercato affollato. Dove donne con variopinti copricapi camminano
tra cesti di frutta colorata, statuette di legno, maschere, indovini
con sguardi enigmatici che vendono i loro filtri magici, polli agonizzanti
in gabbie di fortuna. Invece è in scena «l’ombra
del marciapiede»: lo scenografo è il Destino, ha disegnato
per lei quest’angolo di strada, il capolinea dell’Otto,
all’angolo di via del Sudario. E il cellophan tutto intorno
alla sua sedia per ripararsi dalla pioggia non era il palcoscenico
del suo teatro di finzioni. La sua figura mi aveva colpito sin dalla
prima volta: un attore della vita tra una folla di comparse frettolose
e distratte. Chissà cosa l’ha ridotta così,
pensavo ogni volta.
«Sono passata ieri ma non c’eri...» mi rivolsi
a lei la prima volta.
«Hospital...» disse con slancio, mimando colpi di tosse
e massaggiandosi il petto.
«Sei stata male?»
«Controle... controle...» ripetè in un inglese
stentato. E subito rovistò nella borsa accanto e mi mostrò
la confezione di Augmentin che le avevano dato in ospedale.
«Di dove sei?»
«Nigeria» rispose espansiva.
Le diedi cinque euro, e lei chinò il capo con le mani raccolte
come se le avessi regalato la vita eterna.
«Da quanto sei in Italia?»
Mostrò tre dita ripetendo in un inglese incomprensibile:
«Tree anni... Tree anni».
«Come mai sei in Italia?»
«Come tutti gli africani...»
Mi raccontò qualcosa che già sapevo: un’altra
storia di povertà e disagi. Storie di anziani nei villaggi
dell’Africa che hanno attraversato la savana, arrivando in
qualche modo in Europa con la speranza di garantire del cibo ai
propri figli.
«Non potevo vedere loro soffrire tanto...» mi disse,
e continuò con enfasi: «Per salvarli vado a cercare
soldi, viaggiando altrove... forse dio ci aiuterà. Ed ecco
Italia... ho settantatrè anni, sono vecchia, ma loro ora
stanno bene... mando i soldi per mangiare...».
«Mi dispiace» dissi accorata. Ma subito mi spiazzò
l’intensa luce del suo sguardo, di un calore disarmante. Ogni
suo gesto era ritmo, danza e gioia. L’ombrello sotto cui si
era riparata dal cielo carico di nuvole divenne, come d’incanto,
la tettoia di paglia di un villaggio africano, con voci di bambini
che giocavano nudi per terra.
Nelle sue parole eccheggiava l’Africa abituata al dolore,
quel continente che si piega ma non si spezza. Anche quando mi parlò
del padre dei suoi figli, un uomo già sposato che aveva frettolosamente
rubato la sua innocenza in un pomeriggio caldo. Doveva sbrigarsi
prima che la moglie tornasse dal mercato.
La sua figura materna era intrisa di felicità anche quando
mi parlò del perché era in mezzo alla strada .
« Per cibo! Non parlo Italiano, sono vecchia e niente lavoro,
ma devo “ciop… ciop”.»
Raccolse le dita alla bocca. E continuò: «Lo stomaco
faceva “vru…vru…”».
Si portò le mani al ventre; esplodemmo tutte due in una risata
per il suo modo di mimare il rumore dello stomaco affamato.
«Così ho trovato la soluzione, ho pensato che se mi
siedo qui, la gente mi darà i soldi per mangiare. »
Mi mostrò un vassoio di plastica.
«Cos’è? Cibo Africano? », chiesi.
«No… no…» si interruppe cercando la parola
giusta, «… è cibo dei bianchi. »
«Pasta? » chiesi.
«Sì… sì… quello», rispose
con una risata.
«Quindi sei felice qui? », mi venne naturale commentare.
«Sì certo», rispose.
Si chiamava Lucy, ma preferiva Kièkiè, il nome Africano.
Abitava a Tivoli con un’amica della Nigeria, dove pagava cento
euro per una stanza. La madre nera ,come la chiamo io, era un esplosione
di sole su un campo di grano in primavera.
«Quindi ti trovi bene in Italia? »
La sua voce prese più corpo dicendo: «Questo paese
è buono per me e non ce ne di meglio. E non ritornerò
indietro, e morirò qui!».
«Non dire cosi… non vorresti tornare a casa? »
«Non mi piace per niente Nigeria… i don’t like…
i don’t like.»
«Ma perché?», chiesi con grande sorpresa.
«Problem to problem… problem to problem…»
aggiunse cantilenante. Il suo odio per la Nigeria affiorava con
i suoi orrori.
«Ho partorito dieci figli», replicò toccandosi
la pancia.
«Dieci? » risposi incredula.
«Otto sono morti…»
«Come sono morti?»
«Sono stati uccisi!»
«Uccisi? Come?»
«Non lo so… erano piccoli così quando morirono.»
Mimò l’altezza di bambini di due tre anni.
«Ho pianto, pianto troppo…» continuò. «I
due rimasti, li ho portati dai miei genitori a Ogara in Nigeria.»
I miei occhi caddero sul cartello accanto a lei: «I’m
poor but happy».
«Allora sei davvero felice?»
«Yes… anche se sono povera, questo non importa…
perché c’è gente adesso in ospedali che vengono
imboccati... persone in prigione che soffrono per colpe che non
hanno commesso. Io qui mi guadagno 10-20 euro al giorno, vado a
casa felice, mi faccio il bagno e dormo benissimo», rese tutto
il senso di quest’ultima frase. Allargando le braccia lasciò
cadere il corpo indietro, col viso sciolto in una sconfinata felicità
contagiosa.
«No problem… perché c’è dio con
me…»
Riprese: «Ogni tanto mando una casetta con la mia voce registrata
a miei figli. Quando sono qui prego dio, e lo ringrazio per l’aiuto
che mi da».
La sua fede incondizionata mi commosse.
«Chi è povero oggi, se dio l’aiuta, sarà
ricco domani.»
«I tuoi figli sanno che chiedi l’elemosina per strada?»
chiesi, aspettandomi un no.
«Certo che sanno! E hanno detto “e allora”? »
L’unico suo rammarico era a causa dei Nigeriani che la odiavano
per quello che faceva.
«Che c’è di male… è meglio che prostituirsi!»
aggiunse.
«Come mai sei venuto proprio l’Italia? »
«Avevo sentito al mio villaggio di un posto grande con donne,
e uomini tutti bianchi e gentili. »
In erboristeria, la voce di una signora scontenta della crema antirughe,
mi suonò sgraziata. Mi ricordava quella frase di Kièkiè:
«Non vorrei essere sepolta in Africa».
Immaginai un cumulo di terra nella savana, dove l’erba cresce
malinconica. Perché non potrà mai accogliere, un giorno,
la sua Kièkiè.
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