AMINATA FOFANA
IL COLORE DELL’ANIMA
racconto on line



 


È l’ora di punta di sabato pomeriggio a largo Argentina a Roma. Scatta il semaforo e file di macchine ammassate scattano, inquinando l’aria. Sono inghiottita da una sorta di processione nevrotica, di volti silenziosi, di persone accalcate, pronte ad attraversare la strada. Si avvicina un ragazzo nero come pece, con i libri sotto il braccio. La sua presenza esprime una forza suggestiva, ma nello stesso tempo ha un’aria pacata e un sorriso infantile, in contrasto con gli occhi profondi che sembrano riflettere il tramonto della savana.
“Dài un occhiata”, mi dice solare.
“No, grazie, non mi serve un libro adesso.”
“Sono tutti di autori Africani”, insiste. “Alcuni parlano di poesie, altri di fiabe e altri ancora di miti dell’Africa. Dobbiamo custodire queste antiche memorie. Per questo che in Africa…” si interrompe, alza deciso l’indice come per marcare qualcosa di assolutamente importante: “Quando muore un vecchio è come una biblioteca che brucia!”.
Folgorata da questa semplice verità, sono contagiata da un senso di leggerezza e decido di chiacchierare un po’ con lui.
“Come ti trovi in Italia?”
La mia domanda lo fa diventare riflessivo.
“Abbastanza bene.”
“Perché abbastanza?”
“Perché l’Italia è molto difficile per gli stranieri. nessuno ci dà casa in affitto. Per non parlare del permesso di soggiorno... attese di mesi e mesi se sei fortunato, se no, anche di anni. Nel frattempo sei come un fantasma in questo paese, anche se sei in regola come me.”
“In che senso un fantasma?”
“Sai quale è il mio sogno?” mi chiede con fermezza malinconica. “Essere come tutti gli altri… avere gli stessi diritti, come tutti gli italiani.”
La sua affermazione mi coglie impreparata e mi imbarazza.Non so cosa risponderli.
“E poi un'altra cosa mi rammarica tanto… quando uno di noi sbaglia, paghiamo tutti, perché veniamo colpevolizzati dalla gente e questo non è giusto. Molti di noi hanno lasciato i propri affetti e le proprie case per ritrovarsi qui a scappare tutti i giorni dalla polizia perché ambulanti, l’unica cosa che siamo costretti a fare per mangiare, e sentirsi dire poi per strada dalla gente ‘Negro! Siete troppi Tornate al vostro paese!’. Noi samo qui solo per aiutare le nostre famiglie, non per rubare.”
Il suo disagio e il senso di impotenza si palesa dietro il volto che si rattrista.
“Cosa ti manca di più dall’africa?”
Si illumina di scatto raddrizzando le spalle. E’ come se un antico inno di guarigione gli invade l’anima.
“I Gritte, i cantastorie” risponde con forza. “Sai…danzano cantando la nostra storia, quella di mio padre, del padre di suo padre fino a lontani avi infondendo così tanta forza e fiducia che tu non hai idea.”
Certo non ho l’idea, ma qualsiasi cosa sprigiona da Mamadou, lo fa sembrare persino più alto per quanto lo rinvigorisce. E’ come se stesse ancora ascoltando le voci melodiche dei Gritte in ampi tuniche colorate, che al suono di tam-tam accompagnano il re, decantando la sua magnificenza e potenza.
“Anche i Marabou, i guaritori, mi mancano tanto. A loro basta guardarti in faccia e uno specchio d’acqua nella ciotola, mormori sopra una monetina quello che ti disturba e la lasci cadere nella ciotola. Senza esitazione loro ti dicono di quale talismano hai bisogno. Capisci? Ti senti continuamente legato, accettato e protetto dalla comunità. E prima della caccia ogni cacciatore prende il proprio talismano di protezione datogli dal Marabou. Loro sanno sotto quale influenza di energie è nato ognuno di noi nel villaggio. E quindi anche il talismano che occorre a ogni persona. Poi indossiamo le pelli dell’animale che andiamo a cacciare, per entrare in simbiosi con il suo spirito e rispettarlo.”
Man mano che Mamadou parla, viene come restituito a un profondo senso di appartenenza culturale. Completamente isolato dal rumore assordante del traffico, non esita a mimare l’andatura felina, proiettato nella sua Africa. Per un istante, scompaiono i suoi jeans, la felpa e il cappellino bianco in testa. Lo vedo con indosso pelli di leone, armato di lancia e frecce. Lo vedo strisciare a terra, tra gli arbusti della savana.
“Se vuoi prendere un leone devi pensare da leone” aggiunge ridendo.
Inizia a piovigginare, e Mamadou copre i libri con il corpo affrettandosi verso la vetrina della libreria. Porta con sé il suo mondo, riflesso in un sorriso infantile. Le goccie di pioggia, come a volersi fondere con la sua bellezza, frantumano all’istante l’inchiostro del giornale che tengo in mano. Mi sento come quella pagina, imbevuto e nutrita in ogni parte.
“Che cosa ti dato l’Europa?” gli grido mentre si allontana.
Lui, senza pensarci su un attimo, risponde convinto. “Il senso di finta democrazia!”.