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In questo romanzo
la magia non è una trovata ma il modo di funzionare esatto
e «tecnico», descritto con impressionante e suggestiva
fedeltà, di un universo dove tutto è tessuto insieme
e può tuttavia essere modificato dalla scelta di ciascuno
per il male o il bene. Nel personaggio di Saduwa – una ragazzina,
diremmo noi, di sette o otto anni, ma al villaggio non è
questo il modo di misurare il tempo – l’autrice adulta
fa rivivere in forma di romanzo le esperienze e il punto di vista
di una bambina immersa totalmente nel mondo africano mandingo, animista
e magico. Una bambina che si trova suo malgrado a sovvertirele tradizioni.
Aiutata da N’bemba, il nonno sciamano molto amato, Saduwa
scopre di essere «il prescelto dallo Stemma», che era
sempre stato privilegio maschile.
Da quel momento inizia una lotta senza esclusione di colpi, di portata
vastissima, che riguarda la sorte dell’intera tribú.
La luna che mi seguiva ci riporta la vita di un villaggio africano
prima della luce elettrica e dei telefoni, attraverso una folla
di figure indimenticabili, comiche buffe o drammatiche, nei sapori
e colori vividi di un mondo dove ogni giorno si gioca l’avventura
piú estrema e ogni gesto, anche il piú semplice, nasconde
la salvezza o la perdizione. E dove ogni tramonto del sole è
salutato dal canto dolce dello sciamano.
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